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Prossimità, distanza, inclinazione.
L’evento dell’incontro
testo di Salvatore Piromalli
Nessuna promessa può salvaguardare la relazione con l’Altro dalla sua assoluta contingenza e precarietà. Nessun auspicio può prevenirla nel suo miracoloso punto di inaugurazione. Nessun desiderio può interferire con i suoi destini incerti e plurali.
L’incontro con l’Altro è sempre l’esperienza di un essere-sorpreso, l’imprevedibilità di un evento che avviene affiorando dal magma caotico delle infinite possibilità. Un clinàmen: la deviazione inspiegabile e casuale di due atomi animati dalle loro traiettorie parallele che, anziché continuare a eludersi, si intersecano in un punto di tangenza, volto a volto, vita a vita, nel cum e nel polemos di ogni incontro.
Relazionarsi all’Altro è stare di fronte all’enigma. Quando la dimensione inassimilabile della sua alterità lascia il posto all’abitudine, alla presunzione di sapere, all’ansia di avere per sé, l’Altro non è più tale, la sua alterità è perduta e la relazione dissolta, dilapidata. Mentre credo di avere di fronte un Altro, sarò solo con l’immagine di me stesso, con il mio alter ego e con i miei fantasmi: l’Altro avrà già abbandonato il campo, l’accensione del suo volto si sarà estinta nel piglio innaturale della maschera che ho preteso di vedere per schivare il suo enigma, per assimilare la sua inconoscibilità.
Rispetto alle mie pretese soggettive, al mio desiderio, l’Altro è sempre disallineato, dislocato, indisponibile alle mani pronte ad afferrare per solitudine, orfanità, smania di possesso. L’Altro sovverte le pretese della mia padronanza, la pulsione antica dell’appropriazione. Prossimo e distante, accanto e inafferrabile, intimo e straniero, l’Altro resta altro. Unheimliche, diceva Freud.
In un volumetto denso e prezioso, Emilio Tadini scrive:
L’Altro si dà nella distanza. (…) È nella distanza che si dà ogni patto. (…)
Forse non si dà niente – né cosa né corpo – che possa essere collocato in modo così assolutamente ‘prossimo’ da abolire per intero la distanza-come-taglio che ce ne separa. (…)
La distanza non è forse il luogo in cui la presenza dell’Altro è “resa possibile”? (…)
La distanza non è forse il luogo in cui ogni presenza e ogni assenza sono rese possibili? (…)
Forse è la presenza dell’Altro che può risolvere l’enigma della Distanza. Facendo delle distanze il sistema circolatorio della comunicazione, della relazione.[1]
Parole insistenti e questioni assillanti – quelle di Tadini –, che ci provocano a pensare la distanza come distensione di uno spazio ineludibile tra le singolarità, un interstizio che non viene mai meno, neppure nelle esperienze più intime di relazione. Ma anche, al contempo, come il vuoto generativo che istituisce la possibilità stessa del rapporto, il luogo ambivalente in cui può prendere forma l’infinita fenomenologia del legame sociale: l’inter-esse, l’attenzione, l’ascolto, il con-tatto, l’eros, così come l’avversità, il conflitto, la contra-dizione, il polemos. Dovremmo imparare a vedere la distanza non come estensione anestetica di indifferenza, ma come spazio concavo di apertura, luogo-matrice dove avviene la gestazione del rapporto. Taglio-che-separa e nuovo grembo di intimità, dove il legame con l’Altro continuamente nasce e rinasce, trasformandosi.
Come dilatare il respiro del pensiero, fino all’idea di un legame che connetta i soggetti nell’intimità aperta di una relazione, senza assimilare, includere, ricondurre l’Altro alla logica del Medesimo? Come custodire – tra l’uno e l’Altro – una distanza concava che preservi l’alterità mantenendo attivo il rapporto, senza farlo deflagrare nell’estraneità e nell’indifferenza?
Si tratta di orientare il pensiero e l’esperienza (le nostre esistenze?) verso la possibilità di un incontro (tra singolarità, tra culture, tra mondi) che apra e mantenga aperto uno spazio di geometrie irregolari, un ‘campo’ elettromagnetico in cui i poli sono esposti e compromessi in una dinamica metastabile abitata da forze, flussi, tensioni, scambi, pulsioni, desideri. Un gioco inquieto di movimenti congiuntivi e disgiuntivi, attrazioni e repulsioni, contatti e congedi, esposizioni e rimpatri. Una relazione danzata e sinfonica, in cui sia possibile l’esperienza di un essere-in-comune che non annulla la discrezione delle singolarità. Un rapporto in cui il fervore meridiano del pathos per l’Altro (sia esso amico/a, figlio/a, amante) rinuncia alle spire di un godimento vorticoso, incestuoso. Un essere-insieme che si trattiene dalle tentazioni narcisistiche e identificatorie, dalle traiettorie impraticabili di un desiderio unario, fiamma sublime e illusoria, sacrificio mortifero del Due che incenerisce ogni possibilità di relazione.
È un problema cruciale, che sfida da sempre il pensiero e le sue tentazioni sintetiche, unificanti, totalitarie. Un’aporia che resta sempre da pensare, che istiga il pensatore, il poeta, il mistico, l’artista alla ricerca di varchi possibili e mai garantiti – vie intricate, traiettorie senza approdo – per dischiudere altre visioni e nuove esperienze. Un incedere che sconfina dagli steccati del pensiero istituito, inoltrandosi nelle lande di un deserto orfano di certezze, di orizzonti, verso la vertigine dell’impensato.
È il percorso arrischiato di Maurice Blanchot, alle prese con il tentativo di pensare un “rapporto del terzo genere”: un rapporto che “non tende all’unità”, in cui non si dà unificazione, in cui “l’Uno non è l’orizzonte ultimo”[2], che non scivola sul piano inclinato dell’assimilazione, dell’identificazione, della coincidenza e della fusione; una relazione con l’Altro che, per quanto familiare, resta sempre estraneo alle mie categorie e ai miei schemi rappresentativi, che non si lascia catturare nella trappola dell’intersoggettività; un rapporto in cui “L’Altro è davvero un alter: non è un doppio del mio Io, e non posso comprenderlo riferendomi a me stesso”[3].
Nello stare di fronte all’Altro, si sperimenta allora la vertigine di una “reciproca estraneità”[4] (étrangeté entre nous). Con un ossimoro spaesante, Blanchot azzarda l’idea estrema di un “rapporto senza rapporto”[5], in cui la specularità della somiglianza e la comune misura della relazione sono sovvertite da un’asimmetria radicale, persistente, ineludibile, da un colpo di dadi che rimette continuamente in gioco ed espone all’imprevedibilità dell’incontro.
“Questo rapporto con l’Altro che resta altro, ossia che non si lascia integrare nella relazione, lo chiamerei ‘incontro’”[6]. Secondo François Jullien “l’incontro è il contrario della relazione”, e questo per una ragione sottile, non scontata: “La relazione integra l’altro, l’incontro lo scopre. (…) I piani prestabiliti (tutto ciò che ho progettato sull’Altro) si trovano fin da subito turbati, messi in una situazione di sospensione. L’incontro (…) avviene sempre nell’istante e tramite la prova di un faccia-a-faccia. L’incontro è sempre frontale e spinge a guardarsi negli occhi”[7].
L’incontro, insomma, si sottrae alla violenza assimilatrice della ‘relazione’ con il simile perché, diversamente da quest’ultima, non convoca l’Altro davanti a sé per procedere alla sua integrazione nell’universo prospettico dell’uno. Nella relazione infatti (come l’etimologia indica), interviene sempre un ‘riferire’, un ‘riportare’ a sé, un movimento centripeto e una pulsione omologante che tende a vedere l’Altro come ‘relativo’ all’Io (un alter ego). Diversamente, ogni volta che incontro l’Altro nell’invisibilità del suo volto, nella sfuggevolezza del suo sguardo, io mi ritrovo (anzi: mi perdo) davanti all’inaudito, a ciò che non rientrerà mai nei miei schemi. La sua alterità mi trascende, non è alla mia portata. L’Altro, come diceva Lévinas, è traccia di infinito[8]: un infinito che sfugge, scarta, si divincola dal mio tentativo di farne un alter ego in relazione. L’evento dell’incontro avviene davanti a un prossimo che non cessa di allontanarsi, o che si approssima ma restando sempre distante e distinto da me. L’incontro è l’evento di una estraneità, in cui prossimità e lontananza coincidono: ecco il “rapporto senza rapporto” di Blanchot.
Qui siamo pericolosamente fuoriusciti dalla dinamica speculare della comunicazione intersoggettiva, dal movimento inglobante sotteso alla dialettica della relazione e della differenza. Siamo provocati all’esperienza inedita dello ‘scarto’: non più comparare l’uno e l’altro, verificare somiglianze e dissomiglianze, distinguere, classificare e ordinare in base ad un presunto principio di identità e di genere universale. Lo scarto tra l’uno e l’altro apre – con un movimento di effrazione – uno spazio dinamico di esplorazione, uno spaziamento che mette in tensione i poli della relazione, che mantiene in attività ciò che ha separato, inaugurando la possibilità di un rapporto con l’Altro come processo infinito e cantiere sempre aperto, avventura mai garantita, esperienza dell’inaudito.
La spazialità dello scarto produce e libera tra l’uno e l’altro un ‘tra’, il frammezzo intangibile e privo di qualità, ontologicamente
insostanziale (“il ‘tra’ non ‘è’“[9], precisa lapidariamente Jullien), dove tutto può ancora accadere e dispiegarsi. La distanza diventa allora quel vuoto attivo e generativo che i maestri taoisti ritenevano “simile a un mantice” (Laozi), in cui si inaugura e si inventa il ‘respiro’ aperto della relazione, il ritmo vitale che muove e feconda l’incontro (mai scontato, mai garantito) tra due singolarità che restano incommensurabili.
Come possiamo dare figura a un “rapporto senza rapporto”, a un “legame nello scarto”? Con quali metafore possiamo tentare di nominarlo e di trattenere la sua natura sfuggente e anfibia? Jean-Luc Nancy (filosofo recentemente scomparso, ma che ci ha lasciato una feconda eredità di pensiero[10]), ha elaborato riflessioni dense sul rapporto tra le singolarità, concepite come nodi e snodi di un reticolo plurale infinito e sempre in fieri, un “essere singolare plurale”[11] infigurabile, che conosce vuoti e pieni, intersezioni e smagliature, confluenze e deviazioni, dinamiche metastabili e rotture improvvise. La trama inoperosa di un essere-in-comune sempre allo stato nascente, patchwork an-archico, privo di principio, di centro e di figura.
Ogni singolarità diventa qui un accesso unico al mondo, e tra le singolarità si distende la dimensione del con, la trama nuda del con-essere che convive sempre con la discrezione e la distanza, e che anzi è possibile concepire solo grazie a questa partizione (il partage delle voci e dei corpi esposti), lo spaziamento che ci fa com-parire e co-esistere nella dimensione finita e inesauribile del teatro-mondo.
“I singolari, prima di tutto, si rapportano gli uni agli altri attraverso questa curiosità. Si intrigano. Una curiosità ‘trascendentale’ istituisce il rapporto. Essa è al di qua sia di uno scontro dei soggetti che di un idillio comunionale, al di qua della benevolenza e della malevolenza. Può generare paura e desiderio, amore e odio, pietà e terrore. Può respingersi e prendersi cura: curiositas è della stessa radice che cura, la cura e il prendersi cura; “prendersi cura dell’altro” cela tutta l’ambivalenza del rapporto.”[12]
In questa dimensione di ambivalenza, l’incontro tra le singolarità assume per Nancy la forma provvisoria e proteiforme di una ‘annodatura’. Cosa intende il pensatore francese con questa metafora tessile? Certamente, non un legame costrittivo e stringente, l’avviluppamento confusivo e intricato dell’uno con l’altro; piuttosto il nodo come punto di contatto morbido e di connessione fluida, un’annodatura intesa come annodamento, movimento inoperoso dell’annodare, “congiuntura disgiuntiva” e “sincope” che, nel farsi e disfarsi continuo del legame, si mantiene sempre in una forma incompiuta, si stringe e si allenta da un capo all’altro in una dinamica metastabile: “L’annodatura non è niente, nessuna res, nient’altro che la messa in rapporto che suppone tanto la prossimità quanto la lontananza, l’attaccamento come il distacco, l’intricazione, l’intrigo, l’ambivalenza”.[13]
Altrove Nancy utilizza la metafora della ‘giuntura’, il luogo “dove i diversi pezzi si toccano senza confondersi, dove scivolano, ruotano e si capovolgono l’uno sull’altro, l’uno al limite dell’altro”[14]; una congiunzione che consente dunque il movimento, lo scorrimento, l’agio e il gioco ‘tra’ l’uno e l’Altro, la libera articolazione del legame nelle sue mutevoli forme.
Le singolarità si annodano e si snodano in virtù di un moto di piegamento e di curvatura, un’inclinazione che rimette in questione la ‘rettitudine’ della stazione eretta, il parallelismo verticale dell’uno di fronte all’altro. Torna qui l’evento singolare del clinàmen, la deviazione che scombina l’equilibrio difensivo e paranoico delle identità, un orientamento obliquo che sovverte il baricentro dell’Io e lo altera, lo pro-tende verso altro da sé, verso il suo ‘fuori’.
L’essere relazionale che si offre all’evento dell’incontro è insomma un essere non più dritto, verticale e retto (che poggia su se stesso), ma un essere incurvato e inchinato, che penzola in fuori, “ossia pende rispetto all’asse verticale su cui si regge e che lo rende un soggetto autonomo e indipendente perché bilanciato su se stesso”[15]. L’inclinazione dà luogo ad un essere ek-statico che fuoriesce dal perimetro del sé; a un soggetto erotico scavato, indigente, patico, che manca di essere e che dunque desidera sempre altro da sé; a un essere desiderante che tuttavia sa e ama la propria mancanza, ovvero l’impossibilità che l’Altro conrisponda pienamente alle proprie aspettative e pretese. Non sta forse in questo difficile “sapere d’amore”[16] (crocevia rivelatore tra conoscenza e pathos) l’antidoto alla violenza che si consuma nelle relazioni? Non sta in questa consapevolezza sofferta il criterio della giusta distanza che fa dell’incontro l’esperienza di una scoperta infinita?
Dobbiamo alla riflessione di Adriana Cavarero le linee originali di un’ontologia relazionale (prevalentemente femminile) che dissente dalla tradizione filosofica (prevalentemente maschile) dell’individualismo e della rettitudine, intesa come postura autocentrata del soggetto. Lo slancio proteso dell’inclinazione sbilancia l’autoreferenzialità e sovverte la pretesa autosufficienza del singolo, innescando il movimento (clinàmen) dell’incontro. In questo modo, mediante la sporgenza decentrata del soggetto, la categoria di relazione si riscatta dal rischio paventato da Jullien (integrare e incorporare l’Altro nella logica del Medesimo), e torna a fungere da leva teorica per “contrastare la violenza di cui il soggetto egocentrico è portatore” e, al contempo, “per ripensare una soggettività contrassegnata da esposizione, vulnerabilità e dipendenza”[17]:
“Si tratta… di pensare la relazione come originaria e costitutiva ovvero come una dimensione essenziale dell’umano che, lungi dal mettere semplicemente in rapporto individui liberi e autonomi l’uno con l’altro – come vorrebbe, in fondo, la dottrina del patto sociale – chiama in causa il nostro essere creature vulnerabili che materialmente, e spesso in circostanze di forte sbilanciamento, si consegnano l’una all’altra. (…) il modello relazionale non prevede infatti alcuna simmetria, bensì un intreccio continuo di dipendenze plurime e singolari, a volte estreme nell’accentuare la relazione squilibrata dei protagonisti in scena e, perciò, esemplari.”[18]
Nella dinamica dell’inclinazione, il vuoto che distanzia le singolarità li mantiene in costante tensione: proprio l’esistenza di questo scarto, in cui l’uno e l’altro restano distinti e distanti, rende necessario un movimento incessante in avanti e all’infuori, uno sbilanciamento dal proprio asse verticale che diventa movimento generativo del rapporto, ricerca dell’Altro che non sta mai nel punto in cui noi siamo, non coincide con noi, ma è sempre altrove, più in là, nello spazio comune e inappropriabile dell’incontro.
La geometria posturale di Adriana Cavarero tratteggia così i lineamenti di un’esigente postura etica per la nostra contemporaneità, che scuote le barriere individualistiche dei rapporti interpersonali così come gli equilibri angusti e immunitari della politica, inaugurando nuove forme di legame sociale, “un nuovo modo per misurare la terra dell’incontro”[19].
In fondo, il riferimento alla ‘misura’ è un buon pretesto per concludere – ma lasciandola aperta e sospesa – questa riflessione. Legami e distanze, prossimità e lontananze hanno sempre a che fare con la ‘misura’ e la ‘dismisura’: l’evento dell’incontro con l’Altro è un gioco mobile e imprevedibile, dal quale nessuno (neppure il misantropo, o l’anacoreta) può chiamarsi completamente fuori, una partita a dadi che corre sul filo della scommessa e dell’azzardo, di una promessa sempre rilanciata, in cui ciascuno è già da sempre impegnato e a com-promesso.
[1] E. Tadini, La distanza, Einaudi, Torino 1998, pp. 5, 8, 9, 68.
[2] M. Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’”insensato” gioco di scrivere, Einaudi, Torino 2016, p. 81. Il “sentiero stretto” di Blanchot è stato seguito e in vario modo declinato da diversi pensatori contemporanei: Derrida, Deleuze, Nancy, solo per citarne alcuni.
[3] G. Bottiroli, Introduzione a M. Blanchot, La conversazione infinita, cit., p. XXV.
[4] M. Blanchot, La conversazione infinita, cit., p. 82.
[5] Ivi, p. 88.
[6] F. Jullien, L’apparizione dell’altro. Lo scarto e l’incontro, Feltrinelli, Milano 2020, p. 122.
[7] Ivi, pp. 131-132.
[8] “Il suo volto – scrive Lévinas – entra nel nostro mondo provenendo da una sfera assolutamente estranea, cioè precisamente da un assoluto che, d’altra parte, è il nome stesso dell’estraneità profonda”, E. Lévinas, La traccia dell’altro, Pironti, Napoli 1979, p. 35.
[9] F. Jullien, Contro la comparazione. Lo ‘scarto’ e il ‘tra’, Mimesis, Milano 2014, p. 56.
[10] Per un approfondimento sul suo pensiero, mi permetto di rinviare a S. Piromalli, Nudità del senso, nudità del mondo. L’ontologia aperta di Jean-Luc Nancy, Il Poligrafo, Padova 2012.
[11] È il titolo di uno dei suoi lavori più significativi: J.-L. Nancy, Essere singolare plurale, Einaudi, Torino 1996.
[12] J.-L. Nancy, Il senso del mondo, Lanfranchi, Milano 1997, p. 95.
[13] Ivi, p. 139.
[14] J.-L. Nancy, La comunità inoperosa, Cronopio, Napoli, 1992, p. 155.
[15] A. Cavarero, Inclinazioni. Critica della rettitudine, Raffaello Cortina, Milano 2013, p. 14.
[16] J.-L. Nancy, Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo, Bollati Boringhieri, Torino 2005, p. 54.
[17] A. Cavarero, Inclinazioni. Critica della rettitudine, cit., pp. 22-23.
[18] Ivi, p. 180.
[19] Ibid. (corsivo mio).











